VEGLIA MISSIONARIA 2011 – BELLINZAGO
SUSSURRARE LA MISSIONE ALL'UOMO D'OGGI

 

Attenti analisti della società odierna dicono che in generale viviamo un’apatia generalizzata e anche le passioni sono fredde, o perlomeno tiepide, eppure le tonalità della Missione intesa nella sua accezione più autentica ovvero la Missio Ad Gentes, riescono ancora a scaldare i cuori della comunità cristiana e non solo. A mo’ di esperienza personale posso assicurare che in una frizzante serata autunnale a Bellinzago, a pochi chilometri da Novara, un borgo che vanta un cospicuo numero di missionari sparsi per il mondo, l’annuale Veglia Missionaria ha visto una risposta corale da parte della comunità diocesana. Oltre un migliaio di persone infatti si è dato convegno per meditare e pregare sui temi cari alla missione, tutti avevano la consapevolezza che la Veglia di preghiera, pur essendo inserita nel contesto ordinario del cammino pastorale, quest’anno recava in sé una valenza forte ed incisiva a motivo dell’uccisione nelle Filippine qualche giorno prima, di Padre Fausto Tentorio del PIME di Milano.
La testimonianza missionaria al centro della Veglia veniva da un paese lontano, la Mongolia. Padre Ernesto Vicardi, missionario della Consolata di Torino, da sette anni impegnato nell’opera di promozione umana e di evangelizzazione nella terra di Gengis Khan, ha infatti portato una ventata di novità capace di coinvolgere l’intera assemblea. Presentando gli sforzi, le fatiche ma anche le gioie e le speranze che i missionari provenienti da diversi paesi del mondo compiono in quella terra, e dopo aver presentato una carrellata storica sulla Mongolia è andato dritto al problema dell’annuncio della fede in un contesto sociale e culturale così diverso dal nostro che richiede la conversione del missionario stesso. Padre Viscardi con un’espressione felicissima, ha messo in rilievo che l’annuncio evangelico va “sussurrato” al cuore dell’Asia e in modo particolare all’uomo delle steppe asiatiche. Un verbo questo, che non gode molta simpatia nel nostro contesto mass-mediatico dove si grida, si urla, per cercare di ridurre al silenzio l’avversario e che alla fin fine proprio l’urlare le proprie ragioni spesso in contemporanea con l’interlocutore, diventa un dialogo tra sordi che non porta da nessuna parte. Sussurrare, invece, presuppone vicinanza reciproca, un poter parlare senza alzare la voce, presuppone intimità, fiducia, confidenza e soprattutto rispetto per l’altro.
L’intervento di padre Viscardi è stata una lezione di missionarietà applicata alla vita di cui difficilmente si potrà farne a meno anche nella nostra realtà, lo stesso concetto infatti, sia pur con parole diverse, è stato ripreso da Mons. Renato Corti che invitava i presenti, specialmente i giovani, a saper dare testimonianza della propria fede con coraggio e impegno, infatti tutti sanno quanto sia difficile questo compito nel contesto di indifferenza che circonda la vita dei giovani, spesso e volentieri messi in condizione di nascondere il proprio vissuto religioso più che testimoniarlo.
La Veglia Missionaria quindi, oltre che a suscitare nei cuori tanta partecipazione per chi opera in “prima linea”, diventa ogni anno l’occasione per un confronto vero con il Vangelo e con i suoi più concreti testimoni, affinché ciascuno di noi impari a vivere il proprio impegno missionario non solo andando lontano ma cercando i lontani per sussurrare loro le meraviglie che Dio opera nei nostri cuori.
Mario Bandera

 

BELLINZAGO 22 OTTOBRE 2011
Testimonianza di padre Ernesto Viscardi missionario in Mongolia

Carissimi,
Permettetemi prima di tutto di ringraziare don Mario, per il suo invito ad esser qui con voi questa sera. Con lui tanti anni passati insieme nell’animazione missionaria in Italia, con il suo spirito propositivo e battagliero  pero’ sempre attento al vangelo e agli eventi.
Un saluto pieno di riconoscenza a sua Eccellenza il vescovo Corti che negli anni e’ stato il referente per tutto il settore missionario della Conferenza Episcopale Italiana. Devo dire che I suoi interventi ci hanno sempre aperto a nuovi orizzonti e riflessioni sul tema della missione.
Ringrazio tutti voi per avermi accolto nella vostra Diocesi e sono sicuro, anche per la pazienza con la quale mi ascolterete.
Siamo in un paese che ha dato molto alle missione in termini di missionari.
Prima di tutto, a tutti vorrei chiedere un gesto di memoria per p. Fausto Tentorio. Missionario del PIME ucciso nell’isola di Mindanao nelle Filippine ultimo di una lunga serie di martiri.  Lo faremo con un breve silenzio che non vuol essere un segno di dolore ma un gesto di ammirazione e di meraviglia per uno dei molti missionari che al vangelo e al suo annuncio hanno creduto fino in fondo. (Breve silenzio)
Mi presento, sono p. Ernesto missionario della Consolata.  Con papa Giovanni Paolo II vorrei dirvi:  vengo da un paese lontano, non solo geograficamente ma anche culturalmente: Vengo dalla Mongolia. Un paese ancora sconosciuto ai piu’.
Sono qui per parlarvi della mia gente e per testimoniare della presenza del Signore, attraverso la sua chiesa fra la gente di Mongolia.
Vorrei anche qui citare le parole di uno dei primi missionari alla corte del grande Khan (imperatore Mongolo): Fra Guglielmo di Rubruck  che nel 1253 al primo incontro con i Mongoli scrisse nel suo diario:
“Il terzo giorno incontrammo i  Tartari (come venivano chiamati talvolta i Mongoli), quando arrivai fra loro, mi sembro’ davvero di entrare in un altro mondo”. 
E’ la mia stessa impressione quando 7 anni fa’ misi piede in Mongolia dopo anni passati in Africa e in Italia.
Mongolia: detta anche la terra dal cielo blu, per il suo cielo terso e pulito (almeno in campagna, un po’ meno nelle grande capitale Ulaanbaatar, fra le capitali piu’ inquinate oltre che piu’ fredda) ), terra di steppe senza fine dove pascolano 42 milioni di animali, del famoso deserto del Gobi, di inverni rigidi, di grande cordialita’ e accoglienza della sua gente. Un popolo di 2,750.000 abitanti, prima nomade aggi per meta’ urbanizzato, che vive in un territorio 5 volte piu’ grande dell’Italia con una densita’ di 1 persona per Kmq.
Un popolo che ha avuto pagine di storia grandi  e famose, con personaggi che sono stati protagonisti di periodi epocali come Chiingis Khan,  il nipote Khublai Khan (con quest’ultimo si incontrera’ Marco Polo),  Questi hanno costruito nel XIII secolo uno dei piu’ grandi imperi che la storia ricordi, un regno che si estendeva dalla Korea, alla Cina, alla Polonia, al Mediterraneo, un regno che ha fatto tremare i re dell’occidente critisano.
La tradizione religiosa buddista Tibetana, ufficializzata come religione di stato attorno al XVII secolo e’ stata un collante sociale ed e’ancora un elemento di identita’ nazionale. Il monaco e’ il referente, consigliere,  e’ colui che da’ specifiche direttive  per molti eventi importanti della vita di ogni persona: il nascere, la scelta del nome, il morire, lo sposarsi, l’ammalarsi, lo scegliere, il fare affari di un certo rilievo…Insomma colui che, a chi ha bisogno, indica dove, come, quando e con chi la persona debba muoversi, o cosa debba fare.
Ricco di contenuti, di simboli e’ il sottofondo shamanico che caratterizza la vita della nostra gente.  Lo shamano e’  colui che riequilibria e ristabilisce , in certi casi pacifica, le relazioni fra i diversi elementi che caratterizzano la realta’ e la vita: il mondo del trascendente, il mondo dei viventi e la natura, e il mondo dei defunti. L’unico che puo’ salire quell’albero immaginario che collega questi elementi per ricreare legami equilibrati e pacifici.
Dagli anni 20 agli anni 90 la Mongolia, pur stato indipendente, doveva diventare agli occhi dei dirigenti di Mosca, una esperienza di regime marxista seconda solo alla  Russia.  Dagli anni 90 la Mongolia, sconosciuta ai piu’, si apre al mondo, si avvia verso una esperienza di democratizzazione, ed entra nel grande circolo del mercato globale.
Le recenti scoperte di minerali preziosi nel deserto del Gobi, quali oro, uranio, carbone, gli ingenti investimenti di capitali per il loro sfruttamento se da una parte offriranno nuove  possibilità economiche  dall’altra incideranno molto sullo stile di vita di tutta la popolazione con l’introduzione di nuovi modelli sociali.
Oggi meta di un numero crescente di turisti estivi la Mongolia offre panorami incontaminati da mozzafiato.
Il cristianesimo in Mongolia
Fra i primi missionari cattolici che raggiungono la Mongolia troviamo Fra Giovanni da Pian de Carpine: è inviato dal papa Innocenzo IV nel 1245 quale ambasciatore per tentare di stabilire un’alleanza con l’imperatore Mongolo,  contro i mussulmani che si stavano espandendo sulle sponde del Mediterraneo. La missione ha scarso successo così come quella di Fra Guglielmo di Rubruck che parte nel 1253 inviato dal re di Francia.  Al loro arrivo il Cristianesimo però è già presente, diffuso dai missionari della Chiesa nestoriana, nata dallo scisma di natura teologica del quarto secolo d.c.; 12 Membri della famiglia reale erano stati battezzati dai Nestoriani, ed è documentata la presenza di una chiesa nell’antica capitale Karakorum. Dobbiamo però attendere secoli prima che la Chiesa Cattolica torni ad inviare suoi missionari in terra mongola. Nel 1992, dopo la proclamazione della nuova costituzione, la Santa Sede ufficializza le relazioni diplomatiche tra Vaticano e lo Stato della Mongolia, e nel luglio dello stesso anno giungono i primi missionari: tre sacerdoti, due dei quali Filippini e uno Belga di una congregazione originaria del Belgio: i missionari del cuore immacolato di Maria. (CICM). Fra questi l’attuale vescovo: Mons. Wenceslao Padilla.
Molto difficili I primi anni della loro presenza: poverta’ estesa, novita’ della loro presenza, una chiesa sconosciuta ai piu’. Le prime messe sono celebrate negli alberghi di residenza e successivamente negli appartamenti presi in affitto.
Quella della Chiesa Cattolica è stata  fin dall’inizio una presenza discreta che si muove con grande rispetto verso la realtà esistente (cultura, tradizioni, senso del religioso) e pian piano si diffonde cominciando da opere sociali a servizio della popolazione.
Attualmente è presente in quattro località:

Si contano complessivamente 4 parrocchie, 3 Centri Missionari, 4 Cappelle e un totale di 725 battezzati (con una crescita di 80/90 ogni anno) e una ventina di opere sociali di varia grandezza.
I missionari presenti sono 72, di tutte le razze e nazionalità e di 10 congregazioni.
La chiesa cattolica costituisce una porzione molto limitata della popolazione se confrontata con quella delle chiese protestanti, soprattutto il fenomeno delle chiese indipendenti, che sono invece diffuse su tutto il territorio e contano piu’ di 100.000 fedeli.
Prospettive per il futuro
La nostra e’ una chiesa degli inizi (20 anni) molto vicina alle prime chiese cristiane pur in un contesto storico diverso.  Molto va inventato, adattato, tradotto, sperimentato.
Ha pero’ dalla sua parte un senso di novita’ e di freschezza che la rende agile e creativa.
Proprio per la sua giovane eta’,  la chiesa che e’ in Mongolia deve confrontarsi oggi con alcune urgenze:

Alla chiesa d’Italia che e’ a Novara
Dopo questa breve e spero non noiosa presentazione della chesa che e’ in Mongolia una domanda  mi pare piu’ che mai lecita: cosa puo’ dare la chiesa che e’ in Mongolia alla chiesa che e’ in Italia, a questa chiesa che e’ a Novara?
La GER Mongola
Vorrei sviluppare con voi alcune riflessioni  attraverso I simboli della nostra terra Mongola, in modo particolare con  il simbolo della GER, la classica tenda dei nomadi Mongoli.
E’ una struttura semplice, facile da costruire e eventualmente da trasportare  e  molto adatta alla vita nomade della campagna.
Il fuoco
Se avete occasione di entrare in una Ger, al centro trovate generalmente la stufa con il suo camino, un tubo di metallo, che esce dal tetto.  E’ il cuore della tenda: su di essa si prepara il cibo, con essa si riscalda l’ambiente nei mesi freddi della’anno con temperature minime di -30/-40 gradi.  Senza questa piccola stufa la vita nella Ger sarebbe impossibile.
Anche la missione ha un cuore, un suo centro senza il quale si svuoterebbe del suo significato o rischierebbe di diventare altro.
Come scriveva p. Giorgio Marengo, un mio confratello, “….a Ulaanbaatar, la capitale, il boom economico cavalcato da pochi sta portando ad un’assunzione acritica di modelli e riferimenti consumistici e i nuovi ricchi fanno sfoggio degli ultimi ritrovati della moda; ma l’auto di lusso appena comprata va «benedetta» con il rito del latte ed è un must che il monaco buddista reciti alcune sutre in tibetano, prima di infilare sul parasole una sciarpa del colore del cielo.
Dio – o meglio il divino – in Asia non si discute. E’ palese e palpabile ovunque.
In Mongolia poi a questa attenzione spirituale si aggiunge anche un realismo piuttosto marcato: da buoni pastori nomadi quali sono, sempre a contatto con la durezza della vita negli altopiani dell’Asia centrale, i Mongoli sono propensi a valutare molto seriamente le proposte religiose con cui si incontrano, trattenendo solo quanto sarà passato al vaglio della vita. Un autore mongolo del XII secolo si è espresso così:
«Andremo da Dio, lo saluteremo, e se si dimostra ospitale resteremo con lui. Altrimenti monteremo a cavallo e verremo via».
Ecco un motivo in più perché la nostra proposta di fede sia trasparente, mai artefatta o scollegata dalla vita”.
 Ebbene la missione in Mongolia, la novita’ della nostra presenza ci dice che  non bisogna mai perdere I senso ultimo della missione:  al cuore della missione ci sta’ il Signore, la sua parola, questa voglia di Dio di camminare con l’uomo, di salvarlo. E’ Lui che va annunciato, e’ lui che deve dare il senso, il modo, I luoghi della nostra presenza, e’ in fondo il suo regno che deve prendere consistenza  in quel determinato ambiente. E’ facile cedere alla tentazione di fare tante cose per  la missione, di aiutare progetti missionari, perdendo il cuore e il senso della missione stessa che e’ il Signore. In un continente dove le tradizioni religiose hanno radici molto lontane, e’ evidente che il senso dello spirituale, della preghiera e contemplazione, il senso di Dio, deve diventare uno stile di presenza se vuol incontrare il mondo dell’Asia.
Ma come si annuncia il vangelo in Mongolia e piu’ generalmente  in Asia? Come lo si puo’ trasmettere a chi viene dal Buddismo come in Mongolia, dall’Induismo, dal Taoismo, dal Confucianesimo, dallo Shamanismo?
Che tipo di missione allora in Asia?
Vorrei richiamare l’espressione usata dal vescovo Indiano Thomas Menamparampil citato ancora da P. Giorgio, il quale afferma che in questo continente: bisogna sussurrare il Vangelo al cuore dell’Asia.
Sussurare: ecco  il verbo che spiega oggi meglio di tutto la nostra missione in Asia. Sussurrare presuppone una confidenza, uno spazio di intimità, di fiducia reciproca; si dà soltanto dove c’è una relazione di conoscenza profonda, di famigliarità, che è quanto si dovrebbe creare tra il missionario/a e le persone di quella determinata cultura e tradizione. Le cose più importanti e più vere non si gridano, ma si sussurrano, come fra due innamorati.
Nondimeno proprio in forza di questa sintonia si riescono a dire le parole più importanti, anche le più esigenti, come quelle del Vangelo.
Il cuore poi è l’immagine della parte più profonda della persona: è attraverso questa confidenziale professione di fede, fatta nel rispetto e nell’amicizia sincera, che si realizza la missione, naturalmente sempre accompagnata dalla continua conversione di entrambi i soggetti.
Credo che la missione in Asia si possa descrivere così, nella consapevolezza dei suoi svariati modi di accadere, a seconda dei differenti contesti.
Penso sia uno stile di evangelizzazione che possa avere senso anche in Europa dove in tanti gridano: grida la politica, soprattutto in questi giorni, grida l’economia e un mercato in grande difficoltà, gridano le televisioni, gridano i cortei e le dimostrazioni.
In mezzo a tante grida puo’ avere posto la nostra testimonianza sussurrata all’orecchio perche’ raggiunga il cuore.  Ma deve comunque essere gioiosa, vera, trasparente, che esprima la gioia del credere, la bellezza della vicinanza a Dio, l’utilita’ per il senso del vivere.  Se non fosse cosi’ rischiamo di svuotarne la portata.
Il tetto e i pali di sostegno
Ritorniamo alla nostra immagine della Ger. Il tetto della Ger Mongola e’ sostenuto da una struttura molto semplice ma allo stesso tempo molto resistente: due pali central sostengono un cerchio al quale si congiungono tutti i legni che a loro volta sostengono la copertura del tetto sul quale ci si puo’ addirittura  camminare. Tutti insieme sostengono la struttura che verra’ poi rivestita con teli di feltro che serviranno da isolante.
Vedete, qualche decina di anni fa’ si parlava della missione e dei missionari in termini di eroicita’, il missionario appariva come l’eroe coraggioso, che, andando lontano e sfidando luoghi quasi inaccessibili e situazioni impossibili portava il vangelo nei piu’ remoti angoli di questo mondo. Un po’ di questo fascino gli e’ rimasto addosso anche oggi. Era comunque certamente lui che monopolizzava la scena missionaria.
La Mongolia, con le sue condizioni di vita in qualche modo estreme, la novita’ della presenza stessa della chiesa, la sua esiguita’ nei numeri e nelle presenze, la necessita’ di far crescere un’identita’ critiana attraverso la vita comunitaria della parrocchia o del gruppo in una realta’ dove nella famiglia magari solo un membro e’ cattolico,   ci ha fatto capire, in una prospettiva piu’ ampia,  che e’ tempo di superare i personalismi, gli individualismi, gli eroismi missionari del momento.
Di superare quell’atomizzazione fatta di chiesa locale e di istituti e loro carismi, di gruppi e gruppetti missionari, di centri missionari attivi o meno attivi, di personaggi celebri e meno celebri per ritornare all’idea di fondo che la missione e’ opera di chiesa, appartiene a tutti, e’ insomma un’opera corale, di comunita’, e tende per sua natura a costruire comunità
Questa è forse l’esperienza più significativa del nostro essere in Mongolia come fratelli e sorelle della Consolata, che affrontano insieme la missione in tutti i suoi aspetti di discernimento, realizzazione e valutazione. Il vivere al di fuori delle classiche strutture di vita comune (cioè in due appartamenti nello stesso fatiscente condominio cittadino) ha anche favorito un’espressione più spontanea della fraternità, fatta di lavoro e preghiera in comune, contatto diretto con la gente, nascondimento dentro la società. Poi è venuto il momento di un passo successivo, quello dello stabilirsi in una regione dell’interno, dove la già piccola comunità cattolica mongola non aveva ancora alcun tipo di presenza.
Per questo in Mongolia I missionari e le missionarie della Consolata hanno un progetto comune.  Lavoriamo insieme  in un progetto condiviso, guidati da alcuni criteri di fondo:
1. Ad Gentes e primo annuncio nel segno dell'itineranza
2. Esprimendo chiaramente la nostra identità come persone di Dio per radunare la gente nel nome e attorno al Signore.
3. Sostenuti da una profonda spiritualità, sensibili alla tradizione asiatica.
4. Considerando la comunità come ricchezza primaria
5. In comunione con la chiesa locale
6. Nel segno della "Consolazione"
7. Con semplicità nella vicinanza e condivisione con la gente e nella "leggerezza" delle nostre strutture
8. Con un'azione apostolica di qualità
Collaborare, pensare, progettare insieme, costruire insieme, creare reti di contatto e’ un must in Mongolia ma penso per tutto l’orizzonte  della missione.
La porta
E’ evidente, nella ger si entra per la porta, facendo attenzione pero’ a non  calpestarne lo stipite basso che risulterebbe un gesto sconveniente e di maleducazione, poi entrando si procede verso sinistra in senso orario.
 Vedete la porta della ger nella tenda dei nomadi delle steppe della Mongolia, non e’ mai una porta chiusa con il catenaccio, e’ invece sempre aperta  ed e’   accogliente per chiunque passa di li’. La ragione sembra essere la necessita’ di un luogo di rifugio in caso il tempo si metta male, di accoglienza, di semplice solidarietà  e vicinanza in un territorio dove le ger sono sparse  in spazi infiniti e dove tutti hanno bisogno di tutti.
Mi pare bella questa immagine di una porta sempre aperta.
Ma e’ la missione che ci obbliga a tenere la porta della nostra chiesa sempre aperta, perche’ la missione sta appunto sul confine fra cio’ che e’ chiesa  e cio’ che non lo e’ ancora, fra cio’ che e’ acquisito e cio’ che non lo e’ ancora, fra cio’ che e’ conosciuto e cio’ che e’ un mistero che si rivela, fra una fede nel Salvatore Gesu’ e  tanti “credo” che sono altri. Luogo di incontro e alle volte di scontro, di scambio,  di dialogo.
Guai quindi a chiudere la porta a tutto quello che il Signore ci fa intravedere o ci fa incontrare. Sarebbe come chiudere la porta in faccia allo Spirito Santo che tutto fa’ nuovo. Un confine che ormai passa su tutti i continenti spostando i “luoghi” della missione da quelli che erano i classici spazi geografici a spazi definibili in termini sociali. (I nuovi areopaghi della missione )
La nostra presenza come missionari e missionarie della Consolata, ma anche la presenza della chiesa  in Mongolia e’  sempre stata segnata da continue novita’. 
Novita’ della Mongolia stessa, della sua cultura, della sua lingua, delle sue temperature, della sua tradizione religiosa, novita’ di una presenza di chiesa cattolica, novita’ delle presenze missionarie dei vari istituti religiosi.  
Piu’ che mai oggi la novita’ di una nazione che economicamente cresce, influenzata da modelli altri rispetto alla propria identita’ tradizionale e culturale e che in uno spazio di tempo breve cambiera’ certamente il modello complessivo di vita. Questo ci invita continuamente a ripensarci, a riqualificarci, a rivedere modi, tempi e luoghi della nostra presenza. La missione in questo senso ci fa’ continuamente nuovi.
Ma e’ anche  una porta che si apre sulla vita del missionario stesso.  Vedete quando il missionario parte  si sente quasi come il soggetto primario della missione: vado a fare questo o quello, ad annunciare….insomma si usano i classici verbi della missione.
Di fatto poi succede qualche cosa di inaspettato e interessante, cioe’ che la missione cambia la vita del missionario stesso, la modella, la trasforma, la riempie di realta’ locali.   
Come si puo’ non essere toccati  dalle tradizioni di un popolo che ha un storia cosi’ importante?
Come non si puo’ essere contaminati da una religiosita’ buddista che entra in tutti i meandri della vita della nostra gente?
Come non si puo’ essere impressionati, come dicevo pocanzi, da una societa’ in grande fermento, con tutte le sue qualita’ e le sue incongruenze?
Quindi da soggetto anche il missionario diventa come tutti oggetto della missione, in una vita modellata dalla missione stessa.
Ma anche per voi qui a Novara, o per la chiesa in Italia, la missione diventa una porta aperta su questa vostra realta’ certamente complessa, alle volte drammatica, che aspetta una parola di speranza e di futuro. 
Situazioni che si presentano alla porta della vostra chiesa e che richiedono risposte magari nuove, significative e coraggiose.
In questo che sembra quasi un caos politico ed economico abbiamo, come cristiani, qualche cosa da dire o da fare?
Ma penso che sia anche la porta aperta sulla vita di ciascuno di noi.  E’ la porta aperta alla volonta’ di Dio, a quel suo agire nella nostra vita, a quel suo presentarci strade e percorsi che richiedono decisioni riflettute certo ma anche molto decisive e pertinenti per la nostra vita.
Ho quasi l’impressione che tutto sommato siamo piu’ propensi a stare al chiuso, a chiudere la porta appunto, a difendere atteggiamenti oramai abitudinari, ripetitivi piuttosto che aprirci ai grandi orizzonti che il Signore ci fa gustare.  Il Signore non puo’ che volere il meglio per ciascuno di noi.
Sarebbe un peccato che la nostra vita, la tua vita, assumesse gli stessi atteggiamenti della societa’, pronta a chiudersi a riccio appena le sue prerogative, i suoi vantaggi sono messi in discussione o in pericolo come stiamo vivendo in questi tempi.
Conclusione
Se guardo alla mia vita, alla vita dei miei confratelli e sorelle nella missione, alla vita della mia gente in Mongolia, devo proprio dire che il Signore e’ stato generoso con noi chiamandoci a questa presenza di chiesa in Mongolia e accompagnandoci sempre nel nostro camminare.
Carissimi, spero che dopo questa sera possiate andare a casa con qualche idea in piu’ sulla nostra chiesa che e’ in Mongolia ma soprattutto con la voglia non solo di fare cose per la missione ma di vivere e identificarvi con la missione, ad esser missionari la’ dove siete e vivete, perche’ a questo ci chiama il Signore.
 Vi lascio con uno sloga e un augurio che andava di moda qualche anno fa e che diceva cosi’: IO PARTO…. MA VOI NON RESTATE 

La chiesa, la missione, questo nostro tempo ha bisogno di voi, ha bisogno di noi per volare un po’ piu’ in alto, per ricevere un soffio di speranza, per guardare avanti con fiducia, per gustare la bellezza della vicinanza di  Dio.
Ha bisogno di gente che possa sussurrare Dio con la loro vita semplice ma vera.
Ha bisogno di gente che possa dare contenuti alle parole che pronunciamo come: Fede, verita’, giustizia, chiesa, perche’ dentro ci stanno fatti di vita visibili e palpabili.
Ha bisogno di gente che come voi, crede nel Signore e con coerenza e caparbieta’ vive cio’ che crede.     
Vi faccio i miei auguri perche’ con il vostro vescovo possiate sempre tenere la porta della vostra chiesa  aperta, con la capacita’ e la voglia di sussurrare il vangelo al cuore della vostra gente
Vi ringrazio tutti per la vostra pazienza.