LA PACE UN SOGNO IMPOSSIBILE DA RICERCARE E COSTRUIRE - RIFLESSIONE DI MONS. RENATO CORTI VESCOVO DI NOVARA - COMMENTO AL SERMONE DI ANTONIO MONTESINOS, IV DOMENICA D'AVVENTO 1511 DI FRA DOMENICO CREMONA, DELLA COMUNITA' DOMENICANA DI AGOGNATA (NO)

31 DICEMBRE 2011
SANTUARIO SACRO MONTE D'ORTA (NO)
LA PACE UN SOGNO IMPOSSIBILE DA RICERCARE E COSTRUIRE

"I contenuti di questa Veglia di preghiera sono da diffondere, così come è importante che il Messaggio del Papa per la Giornata Mondiale della Pace, sia fatto conoscere anche al di fuori della comunità cristiana” con queste parole Mons. Renato Corti Vescovo di Novara, ricordava nella notte dell’ultimo dell’anno ai partecipanti la Veglia per la Pace convenuti al Santuario Francescano del Sacro Monte d’Orta (NO), il compito di farsi promotori affinché l’espressione evangelica: “Beati i costruttori di pace” diventi sempre più cardine del cammino pastorale della comunità cristiana.
Il vescovo di Novara ha ricordato come anche per i praticanti ci sia oggi il pericolo di lasciarsi contagiare da atteggiamenti che in un certo qual modo rifiutano il cammino di pace. Pertanto, educare i giovani alla giustizia e alla pace, come dice il Papa nel suo Messaggio, diventa non solo una mera esortazione ad un pacifismo datato, bensì un itinerario pedagogico affinché tutti (giovani e non) aprano gli occhi su orizzonti di pace.
La pace ha bisogno di “sognatori” di gente cioè che crede possibile l’impossibile e che s’ingegna per realizzare questi sogni nella vita concreta di ogni giorno. Per fare questo - ricordava Mons. Corti – occorre apprendere il linguaggio della pace e noi sappiamo molto bene come le parole che vengono dette nei palazzi del potere spesso e volentieri sono parole dure, il più delle volte pesanti come pietre, che colpiscono l’avversario, lo umiliano e tendono ad annichilirlo, se non distruggerlo. Significativamente le beatitudini evangeliche definiscono gli operatori di pace come figli di Dio e come in maniera acuta ricordava già nell’antichità San Giovanni Crisostomo, il quale diceva: “se chi costruisce la pace è figlio di Dio, colui che semina discordia, violenza e guerra è figlio del demonio!”.
Il cammino pastorale di una Chiesa ha bisogno di momenti “forti” a volte di incontri di massa, altre volte di cammini di formazione lunghi e metodici, Mons. Corti ricordava però che anche incontri come le Veglie per la Pace, collocati nel cuore della notte di capodanno, sono estremamente simbolici e significativi per la Chiesa locale perché ricordano a tutti, che la pace è un dono di Dio ma anche una conquista dell’uomo, per questo il lascito della pace che abbiamo ricevuto attraverso il Vangelo è una eredità preziosa a cui dar seguito costruendola innanzi tutto nel cuore delle persone, nel rapporto con la natura e nelle relazioni con gli altri. Come uno sportivo per giocare bene la propria partita ha bisogno di allenamenti che lo mettano in condizione di dare il meglio di se stesso nella gara che lo attende, così anche per i cristiani la costruzione della pace non può esaurirsi in un giorno dell’anno sia pur il primo di gennaio, lo sforzo per diventare uomini e donne di pace deve essere compiuto nella quotidianità della vita, superando le piccole divergenze di ogni giorno e creando le condizioni perché il riflesso della pace si irradi su tutta la società grazie al fattivo e costante impegno di tutti coloro che sinceramente desiderano costruire un mondo di pace.
Questi concetti sono stati ripresi nella Messa per la Pace celebrata nel duomo di Novara il primo di gennaio, con una introduzione della Commissione Diocesana Giustizia e Pace in cui veniva messo in rilievo che già nell’antichità si diceva: “Si vis pacem, para bellum” (se vuoi la pace prepara la guerra) una concezione che creava solo distruzione e morte, già Tacito commentando l’operato delle legioni romane affermava: “hanno fatto un deserto, ora lo chiamano pace”.  Bisognava arrivare ai giorni nostri per capovolgere una simile prospettiva, il movimento pacifista sorto negli Stati Uniti durante la guerra del Vietnam proclamava: “Se vuoi la pace, prepara la pace” mettendo in risalto come le vie da praticare quando sorgono conflitti tra le nazioni sono quelle del dialogo, della diplomazia, dei tavoli di confronto, onde evitare violenze inutili. Ma su questo aspetto c’è uno specifico cristiano da tenere presente: “se vuoi la pace, prepara la croce”. Difatti il credente sa, a immagine del Maestro, che per gli uomini e le donne di pace non esistono applausi né gratificazioni di sorta, in quanto, vivendo in una società come la nostra dalla facciata ipocrita dove atei devoti e piissimi praticanti pur comportandosi nei rapporti sociali secondo le regole del galateo, di fronte a situazioni di guerra e di instabilità che possono generare flussi di migranti capaci di far emergere recondite paure, non esitano a invocare un intervento qui, un bombardamento là, un occupazione laggiù e magari costruire un buon numero di cacciabombardieri F35 da tenere a disposizione per difenderci dai nemici. A fronte di tali circostanze il compito di educare i giovani alla Giustizia e alla Pace diventa ancor più impegnativo, una responsabilità che non possiamo certamente delegare ad altri e che deve diventare una priorità nell’azione pastorale con le giovani generazioni.

Don Mario Bandera
Responsabile Giustizia e Pace
Diocesi di Novara

 

31 DICEMBRE 2011
SANTUARIO SACRO MONTE D'ORTA (NO)
45ª GIORNATA MONDIALE DELLA PACE

"EDUCARE I GIOVANI ALLA GIUSTIZIA E ALLA PACE"

RIFLESSIONE DI MONS. RENATO CORTI VESCOVO DI NOAVARA

 

Dal 1968 la Chiesa invita a iniziare il nuovo anno con una riflessione e una preghiera per la pace. L’urgenza di un cammino di pace rimane inalterata. Cambiano le circostanze storico – concrete, ma l’urgenza di fondo rimane la stessa, con problemi costantemente aperti e con rari segnali di riconciliazione.

È significativo che noi ci ritroviamo ogni anno a questo appuntamento: è un modo di affermare che, per quanto dipende da noi, vorremmo costruire la pace. Forse occorre dire che i contenuti della nostra serata non devono rimanere soltanto per noi. La persuasione che matura in noi deve tendenzialmente arrivare a tante altre persone. In questo senso, io e voi dobbiamo essere messaggeri di pace nelle nostre case e in tutti gli ambienti nei quali le nostre responsabilità ci conducono.
Col passare degli anni questa urgenza cresce perché talvolta sembra che il termine pace sia un po’ usurato e perché venti di altro genere sembrano soffiare sulla vita della gente, anche dei credenti praticanti.
Il Messaggio di quest’anno è dedicato ai giovani e alla loro educazione alla pace. C’è una felice convergenza, in questi mesi, tra ciò che la Chiesa Italiana propone negli Orientamenti: “Educare alla vita buona del Vangelo” e il Messaggio per la pace 2012. L’importante è che tutto questo non cada nel vuoto, ma diventi concreto impegno degli educatori e divenga esplicita proposta che raggiunge e coinvolge i giovani. A volte mi sembra di cogliere una certa vischiosità che quasi porta a difendersi da simili proposte: un motivo in più perché esse vengano fatte con vigore e passione.

Vengo ora a considerare esplicitamente il Messaggio 2012, tenendo presente quello del 1979 che Giovanni Paolo II dedicò soprattutto ai giovani e che era intitolato: “Per giungere alla pace, educare alla pace”. Ho trovato notevole quell’intervento soprattutto per la sua concretezza che vorrei, in qualche misura, far emergere anche oggi.

Giustizia e pace uno sguardo generale al testo

Il documento 2012 parla con ampiezza di educazione e dei responsabili dell’educazione. Dedica spazio anche all’educazione alla verità e alla libertà: tutti aspetti fondamentali che Benedetto XVI ha trattato più volte in questi ultimi anni, così come i Vescovi Italiani.
Mi soffermo pertanto sulle indicazioni relative all’educazione alla giustizia e alla pace.

Quanto alla giustizia, si cita il Vangelo: “Beati quelli che hanno fame e sete di giustizia perché saranno saziati”. Si osserva che al di là di dichiarazioni di intenti, la dignità della persona è seriamente minacciata di diffusa tendenza a ricorrere esclusivamente ai criteri di utilità, di profitto, di avere. Con la parola utilità si intende l’utilitarismo, il badare semplicemente al proprio interesse. Tutte le tendenze ora accennate non solo non educano alla giustizia, ma hanno dentro di se il germe dell’ingiustizia, che viene poi trasmesso come un virus alle nuove generazioni.

Il testo osserva anche che certe correnti di cultura moderna hanno alienato il concetto di giustizia dalle sue radici trascendenti, separandola dalla carità e dalla solidarietà. La separazione di cui si parla potrebbe essere paragonata al tagliare l’albero dalle sue radici. Nella realtà delle cose ciò significa abbandonare il riferimento a Dio, vero fondamento di giustizia e termine di paragone per l’uomo. Di qui anche l’incompletezza e la debolezza della giustizia stessa che perde di vista la carità e la solidarietà, che invece devono trovare spazio nel nostro cammino di giustizia. Va affermato che la completezza dell’idea di giustizia trova il suo principio primo in Dio e che proprio questo va insegnato ai giovani perché costruiscano un mondo giusto e, nel medesimo tempo, segnato da uno sguardo d’amore verso l’altro che, in tal modo, diventa il prossimo.

Quanto alla pace, anche a questo proposito si cita il Vangelo: “Beati gli operatori di pace perché saranno chiamati figli di Dio”. Ci si deve chiedere quali siano le implicazioni di queste parole evidentemente in favore dell’educazione alla pace. La risposta comprende quell’esperienza delicata e profonda che si chiama “compassione” (e cioè: patire con). Nel medesimo tempo, ricordiamoci che essa comprende la solidarietà, la collaborazione, la fraternità. Vengono ricordati altri due impegni: la duplice azione educativa da svolgere nei confronti della propria comunità e, più ampiamente sulle questioni nazionali ed internazionali. Si tratta di essere attivi all’interno della propria comunità e si tratta di essere vigilanti nel destare le coscienze sui fenomeni nazionali ed internazionali che sostengono o ledono la pace.

A questo punto dedico uno spazio al Messaggio del 1979, dedicato come ho già detto al tema: “Per giungere alla pace, educare alla pace”, sottolineando alcune preziose indicazioni pedagogiche:

 

31 DICEMBRE 2011
SANTUARIO SACRO MONTE D'ORTA (NO)
COMMENTO AL SERMONE DI FRA ANTONIO MONTESINOS
DI FRA DOMENICO CREMONA - DELLA COMUNITA' DOMENICANA DI AGOGNATE (NO)

Non si fa memoria come semplice evocazione storica ma come insegnamento per il presente e come prospettiva per il futuro.

Nel 1510 una decina di frati Domenicani sbarca nell’isola di Española (attuale Santo Domingo/Haiti) dove fondano il primo convento domenicano con chiesa annessa (una capanna di legno); nel dicembre 1511, visti gli orrori che si stavano perpetrando in quell’isola, decidono di chiudere il convento e sospendere le funzioni in chiesa prendendosi un tempo di riflessione e preghiera. Poi l’annuncio e l’invito a tutte le autorità e rappresentanze dei coloni spagnoli presenti sull’isola: “domenica 21 dicembre riapre la chiesetta dei domenicani e ci sarà un sermone molto importante, non mancate!”

Di quel sermone, preparato e voluto da tutta la comunità e affidato alla voce incisiva di fra Antonio de Montesinos, ci è stato tramandato solo una parte, quella fondamentale:
“… Sono la voce di Cristo che grida nel deserto di quest’isola. Pertanto si conviene che con attenzione, non una attenzione qualsiasi, ma con tutto il vostro cuore e tutti i vostri sensi, l’ascoltiate, la qual voce sarà per voi la più nuova che mai udiste, la più aspra e dura e la più spaventevole e pericolosa che mai avreste pensato di ascoltare… Questa voce vi dice che siete tutti in stato di peccato mortale a causa delle crudeltà e dei soprusi che fate subire a queste popolazioni innocenti. Ditemi: con quale diritto, in nome di quale giustizia tenete gli indiani in una schiavitù così crudele e terribile? Con che diritto avete scatenato così tante guerre esecrabili contro questa gente che viveva in pace nella propria terra e che voi avete oppresso con innumerevoli morti e stragi mai udite? Perché li opprimete così tanto e li sfinite, non dando loro da mangiare e non curandoli quando sono malati dal momento che essi si ammalano e muoiono a causa del lavoro eccessivo a cui voi li costringete; o meglio, perché li uccidete per ammassare ogni giorno un po’ di oro in più? E che premura avete perché si insegni loro la dottrina, conoscano il loro Dio e creatore, siano battezzati, ascoltino la Messa, rispettino le feste e le domeniche? Non sono anch’essi degli uomini? Non hanno anch’essi un’anima come ogni creatura razionale? Non avete il dovere di amarli come voi stessi? Proprio non capite? Siete forse immersi in un profondissimo letargo? Abbiate per certo che, nello stato in cui siete, non potete salvarvi più dei mori o dei turchi che non hanno né vogliono la fede di Cristo.

Le reazioni a quella predica furono inevitabili. La sera stessa il Governatore delle Indie, Diego Colombo, figlio di Cristoforo, presente al sermone, si reca con una delegazione al convento dei frati Domenicani: pretende dal priore, fra Pedro de Cordoba, che prenda provvedimenti nei confronti di Montesinos affinché ritratti quanto ha detto nel sermone. Pedro de Cordoba spiega al Governatore che quanto detto in predica da fra Antonio è quanto tutta la comunità dei frati ha deciso di denunciare e pertanto non ci sarà nessuna ritrattazione.
           
La predica di Montesinos arriva presto in Spagna e il re, Ferdinando II il Cattolico scrive al Governatore delle Indie,:
Ho letto anche il testo della predica fatta da un frate domenicano che si chiama fra Antonio Montesinos; so che anche in passato questo frate aveva l’abitudine di predicare in forma molto scandalosa. Le sue parole mi hanno lasciato molto perplesso: quello che lui afferma non ha nessun fondamento né teologico né giuridico. Quando io e la mia sposa Isabella – che il Signore la tenga in gloria – abbiamo emanato il decreto stabilendo che gli indios servissero i cristiani, come ora stanno facendo, abbiamo consultato tutti i membri del Consiglio reale e molti altri teologi e canonisti: avendo presente la donazione a noi fatta dal Molto Santo Papa Alessandro III, di tutte le isole e terre scoperte e ancora da scoprire in quelle regioni, e considerando tutto quello che è determinato dal diritto su queste questioni, essi hanno concluso che potevano essere date e che questo era conforme al diritto umano e divino. Da questa certezza di come sia giusto che gli indios siano sottomessi e servano i cristiani come stanno facendo ora, mi sono molto meravigliato che i frati abbiano ricusato l’assoluzione a quelli che andavano a confessarsi, esigendo che prima restituissero la libertà agli indios.
Il testo prosegue con l’ordine di rimpatrio in Spagna dei frati domenicani, ordine poi sospeso a condizione che non predicassero più queste cose e che si occupassero solo delle cose spirituali.

Anche il Provinciale dei frati di Spagna scrive al responsabile della missione fra Pedro de Cordova:
Reverendo Padre Vicario mi sono giunte notizie che mi hanno molto rattristato: resto perplesso sul fatto che avete permesso che fossero predicate quelle cose che possono creare ostacolo al raggiungimento dei nostri obiettivi: la conversione degli infedele alla fede a Cristo e il bene delle anime. Per questo caro padre, per la responsabilità che avete raccomando e le comando, per quanto è possibile, di rimediare a quanto è successo e mai più si permetta di predicare in questo modo su queste questioni, causando scandalo. Questo è il vostro dovere come buon religioso obbediente e anche come superiore.
A seguire una seconda lettera in quanto quei frati non erano molto obbedienti a quel Provinciale:
Un buon predicatore deve usare moderazione e prudenza nel parlare e nel rimproverare, evitare conflitti e scandali, e mettere la bocca e il suo parlare in cielo [come già scriveva il re Ferdinando, il predicatore deve occuparsi solo delle cose spirituali, non entrando mai in questioni civili] Nel caso in questione la schiavizzazione degli indio si giustifica iure belli[per diritto di guerra] e per il fatto che le loro terre sono state donate dal papa al re.
Viene intimato il “precetto formale” (obbligo di obbedienza senza appelli!) “di non predicare più di questa questione, nemmeno in confessione. Se qualcuno di questi frati avesse scrupolo di obbedire, può tornare in Spagna e io manderò altri.

Antonio de Montesinos torna (momentaneamente) in Spagna e inizia un intenso lavoro di informazione e divulgazione di quanto stava realmente accadendo nelle Indie. Con molta fatica riesce ad ottenere un’udienza con il re al quale espone la reale situazione, convincendolo a fare accurati accertamenti e prendere provvedimenti: viene così istituita una commissione detta “Giunta di Burgos” composta da 4 giuristi e da 4 teologi che, dopo oltre venti riunioni espressero in 7 direttive il loro parere:

  1. Gli indios erano uomini liberi e come tali andavano trattati;
  2. dovevano essere istruiti nella fede cattolica;
  3. potevano essere obbligati dal re al lavoro, ma senza che questo ostacolasse i più alti interessi della fede, degli stessi indios e dello stato;
  4. il lavoro andava regolato in maniera umana;
  5. gli indios avevano il diritto di possedere casa e beni propri;
  6. avrebbero però dovuto mantenere i contatti con i colonizzatori;
  7. il loro lavoro doveva essere retribuito con un salario conveniente, benché non in denaro.

Da queste 7 direttive, il 27 dicembre 1512 (ad un anno di distanza dal sermone di Montesinos), venivano promulgate le Leggi di Burgos (Leyes de Burgos).

Anche fra Pedro de Cordoba ritorna in Spagna e, presa visione delle Leggi di Burgos ne rimane insoddisfatto in quanto in esse vedeva la rovina degli indios che rimanevano comunque in pugno ai conquistadores. Riuscito ad ottenere un colloquio con il re, espone le sue perplessità e ottiene che si crei una nuova giunta (Giunta di Valladolid) che il 28 luglio 1513 promulgherà le Ordinanze di Valladolid, nuove leggi complementari alle Leggi di Burgos. Ma Pedro de Codoba è ancora insoddisfatto. Il problema di fondo, infatti, era e rimaneva quello delle encomiendas. Di origine medoevale, l’encomienda coloniale consisteva nell’affidare a degli encomenderos spagnoli determinati territori abitati, con “in dotazione” un gruppo di indigeni che dovevano essere colonizzati e cristianizzati. L’encomienda fu quindi un’istituzione che permise di consolidare la colonizzazione dei nuovi territori, attraverso l’assoggettamento fisico, morale e religioso delle popolazioni indigene. Per fra Pedro era chiaro che la libertà e i diritti degli indio non sarebbero mai state conquiste significative finché si fosse mantenuto il sistema delle encomiendas.

Sarà l’impegno e l’opera di fra Bartolomé de Las Casas a porre le basi concrete contro il sistema delle encomiendas. Giovane chierico, Las Casas arriva sull’isola Española come encomendero e sarà presente al sermone di Montesinos. Da quel momento comincia il percorso di conversione: rinuncia alle due encomiendas che possedeva (una a Española e una a Cuba), lasciando liberi gli indios che gli “appartenevano”; diventa frate domenicano (in seguito anche vescovo) e spenderà l’intera vita nell’impegno nella difesa dei diritti degli indios, nell’abolizione del sistema delle encomiendas e della tratta degli schiavi e la fine delle guerre di conquista.

concetti base espressi dal sermone di Montesinos e ripresi da Las Casas, passano alla riflessione filosofica, teologica e giuridica nelle università. Nel 1539 il domenicano Francisco De Vitoria, dell’università di Salamanca, pronuncia due lezioni che rivoluzionarono il modo di pensare del tempo: esse furono le due Relectiones de Indis, in cui il domenicano elaborò la teoria del diritto naturale di tutti gli uomini, quindi anche dei popoli del Nuovo Mondo. La conclusione di queste lezioni fu che l’indipendenza e la sovranità degli stati, comprese le nazioni degli indigeni, è inviolabile. Venne così prodotto il primo nucleo della enunciazione dei diritti dell’uomo. Non solo, in queste due lezioni -tenute a fine carriera- il De Vittoria si pone anche la questione se la conquista delle Indie da parte degli spagnoli sia avvenuta o meno in base al diritto; viene così posta in discussione la legittimità e la legalità della conquista e viene rielaborato il concetto di “guerra giusta”. Dal punto di vista culturale è una rivoluzione che pone le basi del diritto internazionale.

Nel 1542 Las Casas fa stampare una “Brevísima relacción de la destruición de las Indias”, per informare correttamente il re Carlo V di quanto stava accadendo oltre oceano; una descrizione dettagliata che mette in evidenza le violenze, le atrocità e i crimini dei coloni:
Essendo di per sé opere inique, tiranniche e condannate da ogni legge naturale, divina e umana, e ancor più esecrabili e abominevoli in quanto intraprese contro quelle genti indiane pacifiche, umili e mansuete, che non fan danno a nessuno, io ho deciso, per non essere reo, tacendo, di mettere a stampa (affinché con maggior facilità Vostra Altezza le abbia a leggere) alcune, e poche invero, delle infinite nefandezze di cui veridicamente potrei riferire”. 

Da questo resoconto Carlo V istituisce una giunta straordinaria sui problemi delle Indie (la Giunta di Valladolid/Barcellona) che porteranno alla stesura delle Leggi Nuove (Leys Nuevas) del 1542 le quali proibirono la schiavizzazione degli indigeni e, soprattutto, proibirono l’encomienda  ereditaria (che avrebbe segnato dunque la fine o il superamento del sistema delle encomiendas). Nella corte spagnola si diffuse l’allarme e Carlo V si convinse che eliminare l’encomienda significasse rovinare economicamente la colonizzazione, così, il 20 ottobre 1545 venne abrogato l’articolo 30 delle Leggi Nuove, in cui si proibiva l’encomienda ereditaria. Un passo indietro!

Così va la storia della giustizia e della pace: tra gli alti e bassi, a piccoli passi, con pochi risultati e molte delusioni. Ma quel grido partito 500 anni fa da una chiesa/capanna la IV domenica di Avvento in un’isola caraibica, continuò a risuonare lungo i secoli e possiamo riconoscere come una sua eco fedele la ‘Dichiarazione dei diritto dell’uomo e del cittadino’ della Rivoluzione Francese; e soprattutto la ‘Dichiarazione universale dei diritti dell’uomo’, proclamata dalla Assemblea dell’Onu nel 1948.

ATTUALItà del sermone di montesinos
Un invito alla conversione ai moderni conquistadores

La bramosia dell’oro iniziata 500 anni fa ha cambiato il volto del mondo così come il secolo scorso e l’inizio di questo secolo sono l’oro nero del petrolio, l’oro blu dell’acqua, l’oro verde dei dollari e delle speculazioni finanziarie  che hanno cambiato il nostro mondo. Ieri come oggi la bramosia dell’oro, delle materie prime, per il benessere di pochi ha segnato un fase storica di crisi: quando l’attenzione è concentrata su uno scenario di mercato economico da conquistare, da accaparrarsi, con tutti i mezzi e ad ogni costo, si perde di vista tutto il resto provocando una crisi nel sistema. La crisi di 500 anni fa, come quella di oggi è una crisi umanitaria (una crisi che ha radici culturali e antropologiche – dice Benedetto  XVI nel Messaggio per la pace 2012).

Nel fare un bilancio dal punto di vista dei risultati ottenuti, Montesinos, De Cordoba, Las Casas, De Vittoria, sono dei falliti, e questo è molto domenicano. I risultati ottenuti, significativi  a livello teorico, sono stati  spesso fallimentari nella pratica : il genocidio e la schiavitù continuarono ancora per diversi decenni, esaurendosi solo  con un ricambio di schiavi, questa volta portati dall’Africa. Ma questi Montesinos, De Cordoba, Las Casas, De Vittoria sono uomini che hanno lottato, creduto e sperato. Sono uomini che in nome dell’umanità, prima ancora che in nome della divinità, hanno avuto il coraggio di guardare la realtà con occhi, intelligenza, cuore e fede diversi da quelli occidentali, andando oltre i giochi di potere e gli interessi economici.

In un regimi dittatoriale economia e politica sono le uniche forme di governo; in regime democratico occorre far emergere e potenziare altre forme di governo.
Per questo abbiamo il dovere e l’obbligo morale di offrire una p/Parola anche come forma di reazione all’univoca logica politica e/o economica.

Dalle parole di quel sermone, si è avviato un processo di cambiamento dei concetti fondamentali della teologia, del diritto, della guerra. Anche i diritti dei lavoratori e i diritti delle donne sono stati messi al centro dell’attenzione. Da una espressione di dissenso, di indignazione e di denuncia, è iniziato cambiamento dei concetti di umanità e di giustizia ben consolidati all'interno di un sistema chiuso, quello coloniale occidentale. Da quel sermone inizia un processo di decolonizzazione, di decolonizzazione culturale perché i contenuti di quel sermone nascono dalla capacità (di quei frati) di mettersi in una prospettiva diversa da quella coloniale, la capacità di mettersi dalla parte delle vittime: il re scrive al governatore che, prima di emanare il decreto che stabiliva che gli indios sarebbero stati schiavi dei cristiani, aveva  consultato tutti: abbiamo consultato tutti i membri del Consiglio reale e molti altri teologi e canonisti... Si era solo scordato di consultare gli indio, di ascoltare i diretti interessati.

Anche oggi sembra si stia cercando di mantenere e rafforzare questo stato di dominazione coloniale; oggi le forme di colonialismo sono ancora pur-troppo presenti soprattutto nella forma di pensiero e cultura univoca, dove non c'è spazio per il contraddittorio.
Oggi c’è ancora tanto bisogno di gridare “con che diritto?”: 

  1. “con che diritto” una piccola parte dell’umanità detiene e consuma la grande maggioranza delle risorse naturali della Terra;
  2. “con che diritto” si sta portando il pianeta al collasso, in nome del ‘dio profitto’;
  3. “con che diritto” la maggior parte dell’umanità vive attanagliata dalla fame, dalle malattie, minacciata dallo spettro della distruzione;
  4. “con che diritto” milioni di esseri umani sono costretti a lasciare la loro terra, nella ricerca angosciosa di condizioni minime di sopravvivenza, di libertà, di dignità;
  5. “con che diritto” i ricchi epuloni del pianeta cacciano a pedate i poveri lazzari che approdano disperati alle loro spiagge e ‘disturbano’ il loro benessere?

Ma questi gridi li stiamo ascoltando? Li prendiamo sul serio lasciandoci rimettere in discussione i nostri criteri di certezza, giustizia e di verità?

I sermoni di Montesinos che oggi risuonano nelle strade, nelle piazze, nell'università, sono  la voce, l’espressione dei giovani contro quell’1% della popolazione che detiene il potere economico-finanziario a livello planetario e che determina le sorti dell’economia mondiale:  “indignados”, “occupy wall street”,  “primavera araba”... Basterebbe ascoltare questi sermoni per capire che non c’è bisogno di educare i giovani alla giustizia e alla pace, ma il contrario: è tempo di ascoltare questi sermoni dei giovani perché ci si possa aiutare reciprocamente (giovani e non più giovani) a educarci alla giustizia e alla pace. Rompere con un certo colonialismo culturale significa anche superare quei luoghi comuni che classificano questi giovani come semplici contestatori, pacifisti, anarchici. Si tratta in fondo di credere alla logica del vangelo in contrapposizione alla logica umana: nei Vangeli un giovane trentenne, pagando con la propria vita, rimette in discussione i concetti fondamentali di giustizia e di pace troppo assopiti in un popolo troppo impoverito, oppresso e sottomesso ad un potere politico ed economico, quell’1% che utilizza ogni mezzo per tenere assoggettato il popolo, impedendogli di pensare e di agire.

Qualcosa si è mosso 2000 anni fa, qualcosa si è mosso 500 anni fa. Oggi c’è bisogno di rimettere ancora una volta in scacco queste forme coloniali culturali.
L’auguro che mi faccio e che vi faccio: continuare a credere e a desiderare una Chiesa capace di ascoltare e capace di accordarsi ai tanti gridi che oggi risuonano nella nostra umanità, capace di ascoltare e accordarsi con la diversità delle voci, con le diversità culturali; una Chiesa che non sia più UNIversale ma che si trasformi in una chiesa PLURIversale.