VEGLIA DI PREGHIERA 2011 PER I MISSIONARI MARTIRI - IL VOLTO NUOVO DEI MISSIONARI MARTIRI


VEGLIA MISSIONARI MARTIRI IN SAN GAUDENZIO

Nella serata di giovedì 24 marzo a Novara, nella Basilica di San Gaudenzio si è svolta una suggestiva quanto partecipata Veglia di Preghiera per i Missionari Martiri. Il tema proposto dalle Pontificie Opere Missionarie era: Restare nella speranza”, uno slogan che esprime molto bene l’atteggiamento dei cristiani che anche nelle situazioni più difficili aiutano a sperare, a consolare e a intraprendere sentieri che portino all’uscita di situazioni di conflitto a beneficio di tante popolazioni che vivono nell’indigenza, nella povertà e a volte nel bel mezzo di una guerra. Il Centro Missionario Diocesano quest’anno ha focalizzato la sua attenzione su due Missionari Martiri italiani, uno: Mons. Luigi Padovese, Vescovo di Iskenderum, ucciso in Turchia lo scorso mese di giugno; l’altro: don Ruggero Ruvoletto, missionario Fidei Donum di Padova ucciso a Manaus in Brasile nel mese di settembre del 2009. A tratteggiarne il ricordo sono stati invitati due amici di questi testimoni che ne hanno messo in risalto la loro umanità e il loro senso del servizio verso i poveri e il Vangelo.
Giuseppe Caffulli, direttore della rivista: “Terra Santa” amico di lunga data di Mons. Padovese, ne ha illustrato la profonda cultura patristica che ne faceva uno dei più attenti ricercatori di quel passato luminoso che ebbe nell’Asia Minore (l’attuale Turchia) la culla dove si svilupparono le prime comunità cristiane. Mons. Padovese si è caratterizzato nel suo servizio di Vescovo in una piccola, ma non insignificante Chiesa come quella Turca, come un uomo del dialogo avviando feconde relazioni - sia sul piano umano che su quello intellettuale - con i rappresentanti del mondo islamico; allo stesso modo la sua ansia ecumenica ne faceva un paziente tessitore di rapporti d’amicizia con le varie Chiese Ortodosse anch’esse minoritarie ma di consolidata rilevanza ecclesiologica. Mons. Padovese, ucciso poche settimane prima del viaggio del Papa a Cipro, fu da Benedetto XVI ricordato come ultimo esponente di quella schiera di martiri che lungo i secoli versarono il loro sangue in quelle terre.
Per ricordare la figura di don Ruggero Ruvoletto è intervenuto il dott. Domenico Rossato del CMD di Padova, che sottolineando i legami di amicizia intessuti con don Ruggero ne ha illustrato la sua carismatica figura di uomo semplice e allo stesso tempo straordinario: don Ruggero era una persona molto attenta a creare ambienti di convivialità dove far crescere solidi legami di amicizia tra le persone, un carisma questo che dopo l’esperienza in vari settori della diocesi di Padova, tra cui una dedizione totale verso mons. Filippo Franceschi nel periodo della sua malattia, seppe ricostruire in Brasile a Manaus, in una periferia tra le più violente ed emarginate di quella metropoli.
Di don Ruvoletto e di Mons. Padovese ciò che rifulge di più non è tanto la morte violenta subìta, quanto piuttosto la qualità di vita e il servizio verso i poveri e gli emarginati che caratterizzarono il loro impegno missionario. Mons. Renato Corti ha ripreso queste testimonianze rileggendole nella prospettiva di altre stupende figure di Martiri dei nostri giorni, come furono i Monaci Trappisti di Tibhirine in Algeria, il Vescovo ha riletto alcune frasi ricavate dagli scritti di ciascuno di loro, dove si coglieva il senso di precarietà della loro esistenza vissuta in un ambito così difficile come quello algerino. Da questa lettura emergevano figure di monaci semplici e luminose, che consapevoli dei pericoli che correvano conservavano tuttavia la rara virtù dell’umorismo. Uno di loro lasciò scritto che ai suoi funerali voleva non musiche solenni, ma la famosa canzone di Edith Piaff: “Je ne regrette rien”. Ma forse l’aspetto più rilevante di questi martiri sta proprio in quello che lasciò scritto Christian de Chergè, Priore di Tibhirine: “Per il Signore mille anni sono come un giorno e Lui mi dona la giornata di oggi per costruire l’eternità!” pertanto, concludeva Mons. Corti, il nostro sì a Dio sull’esempio dei martiri è un sì al Suo progetto di salvezza da vivere e riaffermare ogni giorno.
La lettura dell’umile martirologio, dove sono stati scanditi i nomi dei missionari uccisi nel 2010, ha fatto emergere in maniera evidente l’universalità del martirio nella Chiesa, dei 23 testimoni che hanno offerto la loro vita per il Vangelo nel 2010, ci sono infatti ben 13 sacerdoti Fidei Donum, tre sacerdoti religiosi, due seminaristi, una suora, tre volontari laici e un Vescovo. Questi martiri provenivano da una ventina di paesi diversi sono morti in Asia, in Africa e in America Latina, dove ci sono stati ben 15 omicidi. Mentre venivano pronunciati i loro nomi, ai piedi della Croce su cui era posta una stola rossa a significare il calvario di tanti cristiani, venivano portate delle rose rosse quale umile omaggio da parte della comunità novarese a questi testimoni. Nel contempo venivano deposti ai piedi dell’altare, su cui erano collocati 5 ceri accesi a significare che la luce di Cristo brilla nei cinque Continenti, delle scatole raffiguranti dei mattoni con i nomi dei missionari martiri, un gesto che evidenziava l’impegno di costruire la Chiesa e annunciare il Regno di Dio fino agli estremi confini della terra. Una serie di canti suggestivi eseguiti con molta partecipazione dalla corale di San Gaudenzio, ha coinvolto ulteriormente i partecipanti rafforzando la convinzione che le nostre comunità - a volte troppo prese dal tran tran quotidiano - non devono mai perdere di vista coloro che sulle frontiere dell’annuncio missionario offrono la loro vita per il Vangelo. Ricordare i martiri, fare memoria del loro sangue versato, è in fondo una delle cose più nobili che ogni credente è chiamato a compiere nel cammino della sua vita di fede, farlo una volta all’anno ci sembra doveroso come gesto di gratitudine nei loro confronti.

 


IL VOLTO NUOVO DEI MISSIONARI MARTIRI

Sono quasi vent’anni che la Chiesa italiana nel suo cammino quaresimale ha inserito il ricordo dei Missionari Martiri, la scelta della data: 24 marzo, non fu casuale, si volle significativamente puntare sul giorno dove una delle figure più rappresentative dei martiri dei nostri giorni, Mons. Oscar Romero, aveva immolato la sua vita mentre celebrava l’Eucarestia nel piccolo ospedale di El Salvador. Parve alla grande famiglia missionaria che tale data fosse rilevante in quanto nel ricordo del’umile, grande Vescovo latinoamericano, venivano identificati tutti quei missionari, quegli operatori pastorali, preti, laici e suore, che sulle frontiere del mondo davano testimonianza del Vangelo di Cristo. Tanti arricciano il naso per il fatto che uomini e donne uccisi, durante “banali” sparatorie in quartieri periferici e violenti del così detto Terzo Mondo vengano definiti martiri. Alcuni pensano che il vero martire sia solo colui che viene ucciso in odio alla fede. A superare questa visione, di un semplicismo sconfortante, ci pensò Giovanni Paolo II quando nella beatificazione di padre Massimiliano Kolbe lo definì martire per la giustizia, così come esponenti di spicco dell’episcopato del Medio Oriente definirono martiri del dialogo i monaci di Tibhirine, don Andrea Santoro e Mons. Luigi Padovese. Nella riflessione teologica la concezione del martirio si è molto dilatata, pensiamo solo a suor Dorothy Stang, una suora statunitense impegnata nella difesa dei popoli indigeni e della salvaguardia della foresta amazzonica, uccisa perché si opponeva ai disegni di rapina e di sfruttamento delle grandi multinazionali che avrebbero deturpato il volto della natura e degli uomini del polmone verde del pianeta, essa è stata una “martire ecologica”. I missionari sono martiri non perché compiono azioni eroiche, ma perché difendono e promuovono i diritti umani, perché si oppongono allo sfruttamento delle terre, perché in zone ad alta concentrazione di violenza e soprusi parlano di pace, perché disarmati si oppongono alle logiche di guerra che a volte trasformano intere collettività in focolai di odio e di violenza. Essi sono uccisi perché incarnano gli ideali evangelici di amore, misericordia, perdono, e da questi ideali promanano valori quali la libertà, la giustizia, la pace, l’uguaglianza, da cui nessun uomo può prescindere se vuole vivere un’esistenza degna di questo nome.
Significativamente il 24 marzo per noi italiani è anche la data che ricorda l’eccidio delle Fosse Ardeatine, dove vennero uccisi dalla furia nazifascista persone inermi che chiedevano solo libertà e democrazia per il loro paese. Un grande ideale ha sempre bisogno di persone disposte a sacrificare la vita per essere realizzato. Occorre pertanto saper anteporre alla propria vita principi etici e valori perenni imprescindibili. Solo così possiamo capire come l’offerta totale di se stessi per la fede, la libertà, la giustizia, la dignità dei popoli calpestati, è qualcosa di grande, per cui sotto qualsiasi latitudine bisogna coerentemente dare testimonianza.
Queste persone capaci di donare la loro vita per un ideale, sono linfa vitale per la Chiesa Universale e per la stessa comunità civile. Papa Wojtyla nell’Enciclica Evangelium Vitae, scriveva che la vita è valore “penultimo” in quanto il valore ultimo per i cristiani è e resta “l’Amore”. Questo l’hanno evidenziato con testimonianze cristalline, schiere di martiri che proprio per dare ragione della propria fede hanno offerto la loro vita, la stessa cosa si può dire per coloro che si sono sacrificati per i valori sacrosanti insiti in ogni essere umano. A questo punto la domanda è d’obbligo: alla luce della testimonianza dei Missionari Martiri, proviamo a chiederci se ci sono ancora ideali per i quali si é disposti a morire. Tutto ciò forse, aiuterebbe a vivere con maggior coerenza la nostra fede.